domenica 7 gennaio 2018

Recensione: La sonata della vendetta

Titolo: La sonata della vendetta
Autrice: Marika Bernard
Editore: Dark Zone
Pagine: 116
Prezzo: 12,90

Descrizione: 
L'uomo è pesante e gretto. Ha mani da scaricatore di porto e non sa niente di musica. È entrato nella soffitta poco dopo la morte del bisnonno, ma solo per vedere se poteva sgraffignare qualcosa. Il violino era lì, e sembrava lo aspettasse. Nascosto, ma non poi così bene. Paziente, da anni. In attesa... Quando l'uomo lo afferra, tutto cambia.  Tra le calli di Venezia e il lento fluire dell'acqua del Canale, cominciano a diffondersi note suonate con maestria. Qualcuno sta tornando, piano, in punta di piedi. Sta riprendendo vita, e lo fa impossessandosi di quella dell'uomo. E mentre le note della Sonata a Kreutzer sfociano nell'Adagio, l'identità dell'uomo si spacca, andando in frantumi come uno specchio. La sonata della vendetta è la storia di una trasformazione, di un ritorno che ha il sapore di una rivalsa, di un antico dolore mai sepolto che chiede a gran voce una rivincita.

La recensione di Miriam:
La Sonata n° 9 per pianoforte e violino di Ludwig van Beethoven e La sonata a Kreutzer di Tolstoj: sono queste due opere e fornire l’input a Marika Bernard per la stesura della sua novella La sonata della vendetta che, di fatto, si propone al lettore come una sorta di retelling in chiave paranormal del romanzo succitato.
Nell’uno e nell’altro caso la sonata di Beethoven è un elemento chiave. Nel racconto della Bernard si lega a un particolare violino che il protagonista trova nella soffitta del suo defunto bisnonno. L’uomo non sa usare lo strumento, ma non appena lo tocca si ritrova a suonare, e le note che produce evocano una serie di visioni e ricordi che non gli appartengono. Quasi avesse un potere ipnotico, la musica che scaturisce dal violino fa rivivere, in una sorta di ricostruzione onirica, due personaggi (fantasmi?) del passato che ci rendono partecipi della loro vicenda.
La storia che pian piano prende forma ci narra di un uomo, Poz come il protagonista del romanzo di Tolstoj, consumato dalla gelosia a partire dal momento in cui un misterioso violinista fa irruzione nella sua vita coniugale conquistando il cuore della moglie.
L’originalità, per ovvie ragioni, non può essere rintracciata nella trama, del resto la stessa tematica di fondo è semplice e ampiamente esplorata in letteratura proprio perché si basa su un sentimento che accomuna il genere umano: la gelosia e il conseguente desiderio di vendetta. L’intreccio e l’epilogo della vicenda rievocata sono abbastanza prevedibili ma la struttura narrativa, basata su una sapiente alternanza di POV, lo stile, a tratti ricercato a tratti prosaico a seconda dei personaggi e dei momenti, l’avvicendarsi di registri diversi che affiancano il linguaggio ottocentesco a quello contemporaneo, conferiscono una certa originalità e freschezza al testo che scorre con la stessa fluidità e naturalezza di una melodia.
I personaggi sono tratteggiati in maniera convincente, tanto che in poco spazio otteniamo dei ritratti psicologici intensi e credibili. Inoltre il susseguirsi di passi dal taglio diverso, per stile e contenuti,  ci fa oscillare fra emozioni contrastanti, facendoci  passare dal sorriso suscitato da brevi momenti ironici  ̶  quelli in cui emerge la personalità dell’uomo che sta impugnando il violino  ̶  agli stati d’animo più cupi provocati dal dramma vissuto dai due amanti e dal marito geloso.
Interessanti sono poi le riflessioni sul significato dell’amore e sul matrimonio che, così come nell’opera ispiratrice, si inseriscono nell’intreccio prendendo forma nel corso di un viaggio in treno dai toni surreali.
Sebbene la brevità impedisca di calarsi completamente nelle atmosfere e nella storia, la lettura si rivela godibilissima e intrigante, consentendoci di apprezzare le grandi potenzialità dell’autrice.




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